engagement

Engagement: nel bene e nel male purché se ne parli?

Nel lontano 1890 Oscar Wilde scriveva: «There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about» nel suo famosissimo Il ritratto di Dorian Gray. Questo concetto, spesso utilizzato per giustificare personaggi e programmi televisivi un po’ trash, mi è venuto in mente rispetto all’engagement, inglesismo strausato e spesso non compreso appieno. Potremmo chiamarlo semplicemente coinvolgimento, all’italiana, ma forse la parola perde di forza. L’engagement è appunto coinvolgimento, comunicazione tra due o più persone, partecipazione, condivisione, ricerca di punti in comune con gli utenti, collegamento a livello emotivo ed emozionale. Ma è davvero un concetto così importante? Be sì, per chi si occupa di social media marketing o per chi vuole promuovere i propri beni e/o servizi, capire le dinamiche dell’engagement significa aver fatto metà dell’opera.

Ho trovato interessante un recente studio americano, realizzato da Ascent2, che ha coinvolto dei professionisti di marketing di tutto il mondo per capire i loro obiettivi nel perseguire le loro strategie di social media marketing.

Il risultato più interessante riguarda proprio la ricerca dell’engagement, questo engagement dev’essere proprio importante allora! Ebbene sì: lo è! Per raggiungere il successo sia in larga scala che non, è fondamentale coinvolgere i propri utenti, il proprio pubblico. I contenuti diventano quindi centrali, per questo motivo l’attenzione va puntata sui testi, le immagini, un buon design e grafica delle campagne promozionali e pubblicitarie, siti ecc…

Coinvolgere per rendere partecipi gli utenti del brand, della marca, per fidelizzare i clienti, per far in modo che un prodotto venga riconosciuto, apprezzato e magari anche comprato. I contenuti devono essere di qualità e virali perché abbiano un’efficacia, perché vengano presi in considerazione e condivisi dagli utenti. Negli ultimi anni, le aziende che hanno puntato su un coinvolgimento soprattutto via social hanno fatto la scelta corretta. Si pensi a Nutella, Barilla, Tim, Wind, Levissima ecc… Tutti brand che hanno puntato su azioni ed attività semplici dove non pubblicizzavano direttamente il prodotto, ma cercavano la condivisione di un’esperienza con l’utente. Scelte di marketing simili portano un grande ritorno in termini di visibilità e notorietà del brand. Questa ricerca di engagement social evidenzia anche la ricerca di contatto più diretto, veloce ed efficace tra l’azienda ed il suo pubblico, che non “deve” per forza interagire, anzi lo fa spontaneamente, creando un passaparola spesso di proporzioni che non si possono prevedere a priori.

Ma il punto è: parlino bene o male purché parlino?

No. Direi proprio di no. Se un utente “parla bene” o “parla male” di un brand, di un prodotto acquistato o di un ristorante dove è stato, c’è una bella differenza…Il web rappresenta uno spazio di grande libertà, ma tale libertà può diventare un boomerang per i brand e le aziende che puntano a creare la loro immagine. Infatti, un commento negativo sui social piuttosto che un errore nella proposta di contenuti, può rappresentare un problema nelle dinamiche di promozione aziendale. A volte gli errori commessi hanno rappresentato dei cavalli da cavalcare per alcuni brand che, sfruttando il “purché se ne parli”, hanno se non altro ottenuto un seguito di persone.

La realtà è che non servono migliaia di persone che aderiscono ad un gruppo su facebook o seguono un profilo su Twitter, l’importante è l’engagement! Infatti la qualità degli utenti è determinante nel successo di una strategia di marketing. Chi sta dietro l’organizzazione di queste strategie per conto di un’azienda, un personaggio pubblico, uno studio deve stare attento sia a tenere sotto controllo le reazioni degli utenti sia nel non provocare queste reazioni. Inoltre, bisogna considerare che gli utenti che si fidelizzano ad un brand non sono tutti uguali, ci sono quelli meno interessati e quelli più interessati, questo determina quindi una minore o maggiore partecipazione ed interessamento alla causa. Va detto che il grado di engagement può essere calcolato, ci sono diverse formule per farlo, ma non è qui che voglio considerare questo tipo di calcoli. Il compito di un buon marketing strategist è quello di “coltivare” il proprio pubblico attraverso dei contenuti di qualità e attraverso un sito che sia semplice, funzionale, usabile, insomma che non faccia scappare nessuno!

Infatti, l’engagement, che alla fine vuol dire tutto e niente, serve per coinvolgere gli utenti non solo con un like, ma avvicinandoli anche ad un sito, un blog, facendo in modo che ci tornino e che anche nella realtà possano effettuare delle azioni concrete: fruire di un servizio promosso, acquistare un prodotto, partecipare ad un evento. Quando succede questo, l’engagement ha funzionato.

 

One thought on “Engagement: nel bene e nel male purché se ne parli?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *