Ma in pratica: che lavoro fai?

Quante volte, negli ultimi anni, mi è stata posta questa domanda?
Direi tante, forse troppe…e ora è arrivato il momento di fare un po’ d’ordine!

Accanto alle professioni, universalmente riconosciute, come l’ingegnere, l’informatico, il commerciale, l’avvocato, la commessa, il comunicatore proprio non c’è. Quando provo a spiegare di cosa mi occupo, vedo facce un po’ spaesate di fronte a me, un po’ di imbarazzo e sconcerto allo stesso tempo. Cercare di dare una definizione completa diventa piuttosto complesso anche perché chi lo chiede spesso non è un collega o un addetto ai lavori. La maggior parte della volte semplifico con un “Mi occupo di comunicazione”, ma mi rendo conto che la spiegazione non è proprio esaustiva.

La comunicazione, soprattutto quella online, è un settore in continua evoluzione, dove cambiamenti e novità sono all’ordine del giorno e stare al passo con un ambiente come questo, non è proprio un’impresa semplice! Lo diventa anche meno se, nel presentarmi a papabili clienti o utenti, non trasmetto il messaggio corretto e cioè non rendo immediatamente comprensibile che cosa posso offrire o come posso aiutare chi ho di fronte, insomma rischio di perdere un possibile contatto ancor prima di averlo conosciuto!

Sento e vedo quotidianamente che alcuni colleghi utilizzano delle espressioni tra le più creative per definire la professione che svolgono. Tra le ultime, mi è capitato di leggere: Trasmedia Web Editor, e-reputation Manager, Intagrated Digital Media Specialist, Digital and Interactive Media Designer e chi più ne ha più ne metta..oh mamma! Mi verrebbe da dire: ma c’è davvero bisogno di utilizzare questi epiteti che credo non siano comprensibili nemmeno a chi se li appioppa? Per carità, se uno si sente a suo agio con questo tipo di espressioni, nulla da dire, non critico il significato in sé però bisogna ammettere che c’è una pluralità di forme che non credo siano davvero recepite da chi dovrebbero.

Ma non sarebbe più facile utilizzare un’espressione più semplice che fornisca un’idea, seppure minima, che possa essere compresa dal nostro interlocutore?

Be, mi rendo conto che l’impresa è ardua…sintetizzare in una o due parole una delle tante professioni legate alla comunicazione, non è una passeggiata, ma sono consapevole che il primo strumento da utilizzare quando ci si affaccia nel mondo del lavoro, ancor più in questo, la parola d’ordine sia: CHIAREZZA. Sì, se l’ipotetico cliente non comprende cosa possiamo offrirgli, potremmo definirci anche nel modo più figo possibile, ma non andremo molto lontani.

So bene che mille sfaccettature e variabili caratterizzano il settore comunicazione però, prima di tutto, forse dovremmo avere chiaro a noi stessi quali siano le nostre competenze, cosa siamo in grado di offrire agli altri, in che modo e con quali strumenti…Inoltre, comunicare un brand all’esterno di una realtà aziendale, realizzare l’immagine coordinata, curare la grafica di un marchio in tutte le sue forme, organizzare eventi per conto di terzi, scrivere testi professionali o per il web, elaborare newsletter, gestire i social o altro, sono tutte attività che spesso vengono sottovalutate, ritenute di poco conto, realizzabili facilmente da chiunque. Non vi è mai capitato di sentire frasi come: “Anche mio nipote/cugino/figlio può arrangiarsi a fare….”. Be non è proprio così, è facile pensarlo, ma nella pratica tutte le attività citate sopra necessitano di professionalità per poter dare dei risultati produttivi. Sembrano banalità, ma la poca chiarezza determina anche poca comprensione e tanta generalizzazione di un mestiere che ha un gran ventaglio di possibilità da offrire. Una buona definizione della nostra professionalità è, a mio avviso, il punto di partenza per mettere fine alle tante chiacchiere che spesso si sentono riguardo chi svolge questo mestiere e mettere le basi per una relazione professionale produttiva.

La risposta alla domanda che da il titolo a questo articolo deve essere vista come un’opportunità per poter trasmettere il proprio valore professionale. Per fare in modo che questo processo si inneschi, il primo passo è quello di presentarsi nel modo giusto al proprio interlocutore, credendo realmente nelle proprie capacità e farlo in modo che non ci siano contraddizioni e fraintendimenti. Dobbiamo incuriosire l’interlocutore, fare in modo che voglia sapere di più rispetto alle nostre attività, spingere la conversazione nella direzione giusta, cioè quella che vogliamo noi. Non esiste una risposta giusta qui ed ora o una formula perfetta per far capire agli altri il lavoro che ci appassiona e che svolgiamo quotidianamente, non c’è proprio e non la posso fornire io. Penso che non ci sia una sola riposta proprio perché non è riconosciuto un unico modo di definire la professione di chi lavora nella comunicazione. Esiste però una sicurezza che bisogna acquisire, lo stesso Einstein diceva:

“Non hai veramente capito qualcosa finché non sei in grado di spiegarlo a tua nonna”.

Il principio è valido anche qui, non sappiamo realmente cosa possiamo offrire agli altri dal punto di vista professionale finché non siamo in grado di spiegarlo efficacemente in un linguaggio semplice.

Credo che riuscire nell’intento di instaurare un primo contatto professionale sia determinato dall’essere in grado di trasmettere a quali esigenze siamo in grado di rispondere. Se riusciamo a far scoprire un vantaggio, una soluzione ad un problema, una mancanza di qualcosa a cui possiamo sopperire, benefici tangibili… be credo che sia proprio qui che la curiosità di chi ci ha posto la domanda, troverà una sua ragione. Trasmettere il nostro modo di fare, le nostre competenze in poco tempo è difficile, qualsiasi espressione, dicitura, etichetta che decidiamo di utilizzare per descriverci o che ci sembra ci calzi a pennello, l’importante è saperla spiegare, trasmettere, comunicare attraverso il proprio profilo, biglietto da visita ecc…Se questo non avviene, metà dell’opera è già andata in fumo e abbiamo polverizzato una possibile occasione professionale.

4 thoughts on “Ma in pratica: che lavoro fai?

  1. Ciao.

    Ho letto con interesse il tuo articolo. E concordo con te su diversi aspetti del problema.

    La definizione sintetica del proprio lavoro è una cosa che trovo particolarmente importante. E’ un po il biglietto da visita di chiunque faccia le cose sul serio.

    Concordo pienamente con te quando dici che è una cosa complessa fare l’estrema sintesi della propria attività. Io non sono un “comunicatore” ma sono uno sviluppatore software. Anche per me non è facile trovare una dicitura stringata che spieghi ciò che faccio anche se, credo di aver trovato una buona sintesi.

    Sicuramente non è possibile trovare una definizione universale. Sarebbe utopistico pensare di trovare un’espressione per tutti.

    Del resto però non si può nemmeno evitare di cercarla. Ad esempio, su Linkedin è indispensabile e fondamentale una definizione stringata, cosi come è indispensabile quando si scrive una propria pagina di presentazione, o magari sul biglietto da visita, ecc…

    Ciò che, secondo me, andrebbe fatto è scegliere un target di persone alla quali rivolgersi.

    Si perdono contatti? Si, si perdono sempre e comunque contatti, e li si perdono proprio per via del fatto che la definizione di un lavoro complesso o non comune non può essere comprensibile proprio a tutti.

    Per quanto poi riguarda le espressioni creative dei tuoi colleghi, credo che non ci sia alternativa.

    Per come la vedo io, prima di tutto occorre distinguersi ed emergere dalla massa, altrimenti si diventa invisibili. Poi è necessario trovare qualcosa che racchiuda in se le componenti di ciò che facciamo, un’espressione comprensibile dal maggior numero possibile di persone, almeno quelle relative al target al quale ci rivolgiamo. Tutto questo fa si che si debba cercare un’espressione sexy, attraente, creativa e non banale, in grado di suscitare interesse e curiosità.

    La semplificazione per raggiungere tutti, il voler essere troppo chiari, spesso conduce alla banalizzazione e ciò invece che favorire, ci potrebbe penalizzare.

    Faccio un esempio. Prendiamo il mio caso. Io sviluppo software, quindi potrei limitarmi a definirmi un “programmatore”. Invece non lo faccio. La parola “programmatore” è, per quanto mi riguarda, il peggio del peggio. Perchè? Perchè spesso, troppo spesso (forse sempre), quella parola viene interpretata come “operaio a basso costo della programmazione di computer”. No. Non è cosi, io non faccio quel mestiere e non lo voglio fare.

    Quindi? Non uso quella parola e non la metto nella definizione del mio lavoro.

    Poi, perchè non internazionalizzare il mestiere che facciamo? Quindi perchè non usare un’espressione in lingua inglese? Per quanto il mio rapporto con l’inglese sia molto conflittuale, trovo indispensabile rendere minimamente comprensibile ciò che faccio anche a chi non mastica l’italiano.

    Non dimentichiamo la valorizzazione di quello che facciamo. Io non sono un “programmatore” perchè non faccio “l’operaio del software”, se qualcuno cerca un qualcuno che si limiti a scrivere righe di codice senza pensare a null’altro, magari per pochi spicci l’ora, non deve venire da me. La definizione del mio lavoro deve anche dare un’idea, magari vaga, di cosa voglio fare.

    Alla fine dei conti le descrizioni creative e in lingua inglese, quando sono ben pensate, credo siano le migliori.

    Tutto considerato, la definizione sintetica di ciò che facciamo non è altro che una forma di slogan pubblicitario.

    Un’ultima cosa… mia nonna non è nel target delle persone alle quali mi rivolgo, lei non ha bisogno di qualcuno che sviluppi software.

    • Ciao, grazie per il commento.
      Credo che la scelta di un target sia corretta però non risolve il problema, secondo me c’è un altro aspetto da non tralasciare, cioè il contesto nel quale ci si vuole proporre o ci si vuole impegnare per trovare contatti utili. Per chi ha in mano competenze varie, sia in ambito comunicativo che non, la scelta di un’espressione per definirsi/promuoversi resta sempre abbastanza complicata ed è assolutamente uno slogan!
      Concordo sul fatto che non sia possibile pensare ad una definizione universale, forse sarebbe anche noiosa! Emergere dalla massa sì, ma con intelligenza, il punto è proprio lì, è inutile dipingersi con nomi fantasmagorici di cui magari non si conosce bene il significato o che non si è in grado di spiegare perché tornerebbero indietro come dei boomerang! E qui che bisogna giocare la carta della semplicità. Probabilmente la chiave è cercare di mettere insieme non solo un’espressione testuale, ma anche un logo o un elemento grafico che sia in grado di completare la nostra presentazione agli altri. Be direi che questo potrebbe essere un buono spunto per un prossimo articolo!
      Per quanto riguarda gli inglesismi, si apre un altro capitolo, vedo in giro tante persone che utilizzano espressioni in inglese perché fa figo, ma poi non conoscono quella lingua e, se qualcuno dovesse chiedere una consulenza o altro per un lavoro, non ci sarebbe confronto perché non conoscono quella lingua. Allora, a meno che non si ha a disposizione uno staff competente o qualcuno che possa aiutare, sconsiglierei l’uso di espressioni in lingue che non siano la nostra. In altri casi, gli inglesismi funzionano e anche bene, per cui direi che ogni caso è a sé.
      In conclusione, proprio perché tua nonna non fa parte del tuo target, è il miglior banco di prova per spiegarle quello che fai, è divertente, ma ti assicuro che funziona!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *